Archivio | marzo 2014

THE WOLF OF WALL STREET

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Tratto dalla storia di Jordan Belfort, il vero lupo di Wall Street.

Il film è irriverente, scorretto, violento, frenetico, una studiata e ben ritmata escalation di eventi, che come in ogni storia che rispecchia la realtà, non può che avere un unico finale nel quale la giustizia inesorabilmente fa il suo corso. Forse è proprio questo il punto debole della pellicola, perché assuefatti dal ritmo incalzante dei primi 120 minuti, l’ultima ora risulta lenta e un po’ grigia.

In conclusione Scorsese firma un ennesimo capolavoro e si fa perdonare l’eccesiva lunghezza della pellicola con un’accurata regia, coadiuvata da una più che brillante interpretazione di DiCaprio, ve ne consiglio caldamente la visione, sempre che non vi turbino l’abuso di alcol, droga e sesso o al contrario vi piacciano a tal punto da mollare tutto per intraprendere la carriera di broker.

HORRIBILIS

DIANA

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Qualche tempo fa sono incappato accidentalmente in questa pellicola.

Vorrei prendere spunto non tanto dal titolo, inequivocabile nella sua semplicità, quanto dal fuorviante sottotitolo affibbiatogli nella trasposizione italiana, forse per rendere il tutto più appetibile, “La storia segreta di lady D”, non mi dilungherò oltre sul fatto che spesso in italiano titoli siano poco fedeli all’originale; con un sottotitolo simile, mi sarei aspettato, o meglio, intimamente speravo, potesse essere una sorta di spy story, una retrospettiva su di un plausibile complotto ai danni della chiacchierata e “britannicamente” amatissima Lady Diana, invece drammaticamente mi sono ritrovato a languire per 113 minuti.

 

Sforzandomi in un’eventuale interpretazione

Forse l’intento del regista era proprio la volontà di far vedere che sotto le spoglie di una donna forte si celavano i dubbi e la tristezza di una donna che non poteva vivere la propria vita liberamente, ma secondo l’etichetta dettata dalla corona, però non essendo io britannico e per quanto mi sforzi di cercare un’interpretazione degna di significato, non riesco a togliermi dalla testa che gli unici lasciti di tale film siano stati l’evidente predilezione della principessa per gli uomini mediorientali, e che 113 minuti siano eccessivi per descrivere una gran quantità di banalità.

In conclusione, su quello schermo ho visto scorrere centinaia di metri di pellicola, che avrebbero avuto un miglior uso nella produzione di titoli di maggior spessore, tipo “Machete kills again in the space”.

A PROPOSITO DI DAVIS

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Coen, solitamente basta dire questo perché si possa acclamare a gran voce capolavoro, ma in questo caso si potrebbe incorrere in una grande delusione. Il film è bello, niente da dire, forse lo avrei apprezzato maggiormente se non avessi saputo che fosse loro, non mi sarei creato aspettative eccessive, sperando minuto dopo minuto che la genialità, che li contraddistingue uscisse fuori.

Per quel che riguarda il cast, un Goodman fenomenale come sempre, anche se relegato ad una striminzita comparsata ed un Justin Timberlake che risalta grandemente per il suo “fantastico” cardigan, personaggi entrami creati nel segno della migliore tradizione dei Coen, quello che è venuto a mancare è il protagonista, troppo equilibrato e pacato per essere stato partorito dalla mente dei due fratelli.

In conclusione, consiglio la visione di questo film a tutti coloro i quali abbiano dimenticato che esiste “Non è un paese per vecchi” e a chi abbia una sfrenata passione per il folk o per la nuca riccioluta di Bob Dylan.

IN TRANCE

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Tutto parte con il preludio di una rapina, al che niente di insolito, ma sorprendentemente con lo scorrere dei minuti ci si ritrova nel pieno di un thriller psicologico, che via via si complica sempre più, intrecciando ricordi vissuti e situazioni irreali create dalla mente. Non mi dilngherò oltre, perché dare interpretazioni sarebbe sufficiente ad invalidarne la visione.

Pur ammettendo che è una pellicola ben strutturata e complessa, devo comunque fare un appunto. Mi rivolgo a te Danny, dimmi perché hai voluto rovinare una trama deliziosamente complicata con uno stupido particolare, che ai fini della narrazione non aveva nessun significato, è stato un errore di montaggio? Un voluttuoso atto di autolesionismo? Quella maledetta telefonata, poteva essere una semplice coincidenza, no tu hai voluto dargli peso aggiungendo così, l’unico elemento che ha fatto cadere un’ombra di insensatezza in un delirio ben orchestrato. Peccato.

IL CAPITALE UMANO

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Non ero partito con i migliori presupposti, in effetti, dal trailer fuorviante, mi ero immaginato fosse un film sulla caduta di un gruppo di capitalisti, alla “anche i ricchi piangono”, invece mi sono dovuto ricredere. Pur non apprezzando i film divisi in capitoli, tranne rare e celebri eccezioni, Il capitale umano è tutt’altro che la prosopopea di una classe ricca in declino, infatti si rivelerà una spietata parabola sul fatto, che alla fine, chi ci rimette è sempre il solito incolpevole “signor nessuno”, che in questo specifico caso lo è senza ombra di dubbio, il tutto congegnato in modo tale da lasciare allo spettatore, ancor di più l’amaro in bocca.

Ripeto, non mi ero fatto grandi aspettative, ma a modo suo è riuscito a colpirmi, quindi che stimiate oppure no le pellicole made in Italy, ve lo consiglio caldamente.

GRAVITY

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Hollywood, abbiamo un problema!

Ancora non capisco cosa la critica abbia potuto apprezzare di questo film, sono certo del fatto che Cuarón abbia cercato volutamente una quasi totale assenza di dialoghi e una  dilatazione pressocché estenuante del tempo, per trasmettere allo spettatore ancora maggiormente il senso di vuoto e di angoscia, ma a parte questo, lo trovo prolisso, sarebbe bastata una mezz’oretta per raccontare il tutto con dovizia di particolari, e com’era prevedibile, il finale non lascia spazio a nessuna sorpresa, d’altronde non che ci potessero essere molte alternative.

La cosa di maggior rilievo nel film è George, che simpaticamente svolazza con il suo jetpack, raccontando aneddoti da cowboy prossimo al pensionamento.

In conclusione credo di poter dire che lo spessore del film si attesti sullo stesso piano della gravità: ZERO, e che le sette statuette siano state date più per far da zavorra al modulo per il rientro in atmosfera che per il valore della pellicola.

AMERICAN HUSTLE

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Una divertente e appassionante escalation di situazioni surreali che giunge ad una conclusione degna delle migliori commedie criminali partorite negli USA.

Un plauso particolare va ai due protagonisti maschili. Irving, un truffatore di poco conto ma che dimostrerà avere parecchi assi nella manica, interpretato da un più che azzeccato Christian Bale, che a dispetto della sua non indifferente stazza, nonché della sua incipiente calvizie, risulta un personaggio dinamico, dotato di un sex appeal ai limiti del grottesco e Richie, interpretato da un anfetaminico Bradley Cooper, psicotico agente dell’FBI che colto da frequenti attacchi d’ira nel tentativo di fare carriera, viene coinvolto in situazioni assolutamente esilaranti. Personaggi straordinariamente congeniati per essere l’uno la spina nel fianco dell’altro, mediati da una più che degna interpretazione di Amy Adams nel ruolo della truffatrice che rende la collaborazione dei due possibile usando l’arma della seduzione.

Vorrei spendere anche due parole su “nonno” De Niro, interprete di un attempato gangster, tale Victor Tellegio, che nel film, pur essendo un personaggio di secondo piano, risulta essere il punto di non ritorno, il culmine che da il via alla fase risolutiva del film. Grande Bob, come sempre, anche se oramai troppo spesso relegato nel ruolo dell’italo americano di malaffare.

In conclusione, credo di poter dire che questo sia, nel suo genere, un ottimo film, attenzione non sto parlando di una pellicola dal finale esplosivo alla Slevin, ma di una commedia brillante, girata e interpretata in modo ineccepibile.

METAPOST

Da qualche tempo a questa parte ho cominciato a frequentare il Cinema Odeon, è stata una rivelazione, una regressione alla mia infanzia. Le scomode poltroncine di legno a ribalta che hanno ospitato generazioni di spettatori, mi hanno fatto ritornare alla mente un sacco di ricordi; quando, per esempio, ho fatto un’interminabile coda fuori dall’oramai dimenticato Cinema Corso, per poter assistere alla visione di Ritorno al futuro 2, o a tutti quei pomeriggi estivi passati in una piccola sala di Jesolo, a vedere i film che erano stati proiettati la stagione precedente, rigorosamente seduto in galleria, dove l’immancabile parapetto tagliava di traverso lo schermo.

Ve lo consiglio di cuore, abbandonate per una volta la magnificenza del cinema multisala e tuffatevi nei ricordi, ne varrà sicuramente la pena.

THE BUTLER

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Il film che ha incantato l’America” citazione non mia, ma del trailer di lancio che passava giorni prima della visione.

Cast

Il film può contare su di un cast ricco di stelle più o meno grandi e più o meno anziane del panorama americano, partendo dal cinema passando dalla tv e giungendo ahimè alla musica, dico ahimè perché può essere sconvolgente vedere una Mariah Carey non più cosi attraente e un Lenny Kravitz che oramai assomiglia a un piccolo frigobar.

Il Film

Non mi dilungherò eccessivamente in particolari perché credo sia giusto lasciare al pubblico la visione e il giudizio di questa pellicola. Il film tratta la spinosa tematica statunitense della lotta per la parità dei diritti tra bianchi e neri e lo fa con un taglio nuovo che non si era ancora visto nelle sale.

Il punto focale del tutto è la tricotomia che si dipana lungo le 2 ore e 13 minuti della durata del film, ovvero l’abnegazione di Cecil, il padre (Forest Whitaker), che attraverso il suo lavoro conduce una lotta silenziosa e non violenta che è atta, più o meno volutamente, a dimostrare che la professionalità non è una questione di razza e che quindi tutti gli uomini hanno pari opportunità di dimostrare le proprie capacità. La lotta sul campo di Louis, il figlio maggiore, (David Oyelowo), che fa parte di quella frangia che ha squarciato il velo dell’indifferenza e dell’odio, conducendo una campagna aperta contro i soprusi, cambiando così, radicalmente il volto dell’America. Il rispetto di Charlie, il figlio minore, (Elijah Kelley), che crede nella propria patria e nella propria identità di cittadino statunitense, a tal punto da arruolarsi per servire il proprio paese nella devastante guerra del Vietnam.

Tutti e tre i personaggi alla fine, pur seguendo strade diverse, consacreranno, immolandosi, un unico ideale, ovvero, “tutti gli uomini devono essere liberi di avere pari opportunità e diritti”.

Concludendo, il film vale la pena di essere visto, anche se, riportando nuovamente la citazione con cui ho cominciato: “il film che ha incantato l’America”, vorrei dire che troppo spesso l’America si fa incantare anche quando, pur parlando di tematiche sociali di elevato spessore, non è strettamente necessario.

Bravo Paolo

Apro questo mio blog sul cinema con un doveroso inchino al regista Sorrentino, che con il suo film “La grande bellezza” è riuscito a guadagnarsi meritatamente un riconoscimento mondiale nella patria delle titaniche produzioni multi milionarie, rompendo gli schemi e abbandonando i cliché che contraddistinguono abitualmente il cinema italiano, e le produzioni internazionali che normalmente assurgono alla conquista della sfavillante statuetta.
Bravo Paolo.