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PEREZ.

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Che dire, tale Edoardo De Angelis, ci mostra l’ennesima sfaccettatura di una società degradata, nel segno del “tratto da una storia vera”, tanto di moda in questo 2014.
Non che il regista ci propini il film come una storia reale, ma involontariamente lo si può pensare, trovandosi di fronte una pellicola, che mostra l’estrema crudezza, pur facendolo in modo non sempre eccessivo, di una società che si basa su principi molto lontani da quelli che la maggior parte delle persone vive quotidianamente, ma che negli ultimi anni ha suscitato tanto scalpore e curiosità.
Non aspettatevi, quindi, un qualsivoglia colpo di scena che possa cambiare in modo radicale le sorti di una pellicola all’insegna della malavita, quello che si percepisce nei primi quindici minuti vi accompagnerà inesorabilmente fino allo scadere del novantaquattresimo, che ne decreta la fine.
Detto con estrema sincerità nulla di nuovo, nulla di emozionate, nulla che colpisca nel bene o nel male.
Un unico tratto rilevante, una postilla sul finale a riempire un vuoto, quasi morale oserei dire: se dovete investire un uomo che cammina sparando all’impazzata e non volete ricorrere ad una seccante retromarcia per finirlo, ricordate di essere al volate di un SUV.

PROMETHEUS

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Alien VS Ridley Scott

Come da incipit, credo che l’intento di Scott, sia stato quello di distruggere definitivamente Alien, uno dei suoi più straordinari capolavori.
119 minuti di pura follia alzheimeriana, priva di un qualsiasi scopo, che non fosse quello di dare risposte a domande, che non ne necessitavano. Due ore che ricalcano in tutto e per tutto, dalla scenografia alla regia il film del 1979 con un finale che, per chiunque nei minuti finali si ritrovasse ancora nell’incertezza che si parli di Alien, lo chiarisce definitivamente, con un bel parto toracico.

Scene memorabili, che meritano di essere citate:
Alieno fuori misura, creatore della razza umana, che stacca la testa del replicante e picchia a morte, con la suddetta, l’anziano mecenate della spedizione.
Noomi Rapace e Charlize Theron che scappano da una gigantesca astronave, che schiantatasi al suolo rotola, tentando di batterla in velocità, un po’ come si vede fare a Willy il coyote.

Consiglio la visione di questo film a chiunque si sia mai chiesto: “Ma si può rovinare Alien ancor di più di quanto sia già stato fatto dai sequel?” e a chi abbia un’insana predilezione per le bionde parecchio stronze.

I SEGRETI DI OSAGE COUNTY

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Categoria: film drammatico…

Io personalmente mi sono fatto una gran quantità di risate, in primis per la meravigliosa e pittoresca accolta di stereotipi del Midwest, mancava solamente un suonatore di banjo seduto in veranda, stile “Un tranquillo weekend di paura”.

In secondo luogo ho osservato il film non concentrandomi solamente sulla storia, ma soffermandomi sulla scelta degli interpreti. Abbiamo la madre, Meryl Streep, che assuefatta ai farmaci, viene costretta a disintossicarsi dalla figlia maggiore, Julia Roberts, il cui marito, Ewan McGregor, visti gli antichi trascorsi “trainspottiani”, le avrebbe potuto consigliare la perfetta formula per farlo, magari con qualche oppiaceo per via rettale e un ancora più particolare Benedict Cumberbatch interprete per la tv dell’intelligentissimo e irritante Sherlock Holmes, tramutato in ingenuo e poco sveglio ragazzo di campagna.

In fine Chris Cooper lo zio, ho apprezato molto la sua interpretazione, soprattutto durante la scena del pranzo, quando tutta la famiglia si riunisce e lui, da capofamiglia, viene chiamato a recitare la preghiera, toccante nel suo intento di provarci, esilarante nel suo modo di interpretarla.

In conclusione, tralasciando la scarna sceneggiatura rivolta al drama famigliare, niente di nuovo, niente di sconvolgente, ne toccante, devo dire che mi sono divertito.

THE WOLF OF WALL STREET

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Tratto dalla storia di Jordan Belfort, il vero lupo di Wall Street.

Il film è irriverente, scorretto, violento, frenetico, una studiata e ben ritmata escalation di eventi, che come in ogni storia che rispecchia la realtà, non può che avere un unico finale nel quale la giustizia inesorabilmente fa il suo corso. Forse è proprio questo il punto debole della pellicola, perché assuefatti dal ritmo incalzante dei primi 120 minuti, l’ultima ora risulta lenta e un po’ grigia.

In conclusione Scorsese firma un ennesimo capolavoro e si fa perdonare l’eccesiva lunghezza della pellicola con un’accurata regia, coadiuvata da una più che brillante interpretazione di DiCaprio, ve ne consiglio caldamente la visione, sempre che non vi turbino l’abuso di alcol, droga e sesso o al contrario vi piacciano a tal punto da mollare tutto per intraprendere la carriera di broker.

HORRIBILIS

DIANA

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Qualche tempo fa sono incappato accidentalmente in questa pellicola.

Vorrei prendere spunto non tanto dal titolo, inequivocabile nella sua semplicità, quanto dal fuorviante sottotitolo affibbiatogli nella trasposizione italiana, forse per rendere il tutto più appetibile, “La storia segreta di lady D”, non mi dilungherò oltre sul fatto che spesso in italiano titoli siano poco fedeli all’originale; con un sottotitolo simile, mi sarei aspettato, o meglio, intimamente speravo, potesse essere una sorta di spy story, una retrospettiva su di un plausibile complotto ai danni della chiacchierata e “britannicamente” amatissima Lady Diana, invece drammaticamente mi sono ritrovato a languire per 113 minuti.

 

Sforzandomi in un’eventuale interpretazione

Forse l’intento del regista era proprio la volontà di far vedere che sotto le spoglie di una donna forte si celavano i dubbi e la tristezza di una donna che non poteva vivere la propria vita liberamente, ma secondo l’etichetta dettata dalla corona, però non essendo io britannico e per quanto mi sforzi di cercare un’interpretazione degna di significato, non riesco a togliermi dalla testa che gli unici lasciti di tale film siano stati l’evidente predilezione della principessa per gli uomini mediorientali, e che 113 minuti siano eccessivi per descrivere una gran quantità di banalità.

In conclusione, su quello schermo ho visto scorrere centinaia di metri di pellicola, che avrebbero avuto un miglior uso nella produzione di titoli di maggior spessore, tipo “Machete kills again in the space”.

THE BUTLER

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Il film che ha incantato l’America” citazione non mia, ma del trailer di lancio che passava giorni prima della visione.

Cast

Il film può contare su di un cast ricco di stelle più o meno grandi e più o meno anziane del panorama americano, partendo dal cinema passando dalla tv e giungendo ahimè alla musica, dico ahimè perché può essere sconvolgente vedere una Mariah Carey non più cosi attraente e un Lenny Kravitz che oramai assomiglia a un piccolo frigobar.

Il Film

Non mi dilungherò eccessivamente in particolari perché credo sia giusto lasciare al pubblico la visione e il giudizio di questa pellicola. Il film tratta la spinosa tematica statunitense della lotta per la parità dei diritti tra bianchi e neri e lo fa con un taglio nuovo che non si era ancora visto nelle sale.

Il punto focale del tutto è la tricotomia che si dipana lungo le 2 ore e 13 minuti della durata del film, ovvero l’abnegazione di Cecil, il padre (Forest Whitaker), che attraverso il suo lavoro conduce una lotta silenziosa e non violenta che è atta, più o meno volutamente, a dimostrare che la professionalità non è una questione di razza e che quindi tutti gli uomini hanno pari opportunità di dimostrare le proprie capacità. La lotta sul campo di Louis, il figlio maggiore, (David Oyelowo), che fa parte di quella frangia che ha squarciato il velo dell’indifferenza e dell’odio, conducendo una campagna aperta contro i soprusi, cambiando così, radicalmente il volto dell’America. Il rispetto di Charlie, il figlio minore, (Elijah Kelley), che crede nella propria patria e nella propria identità di cittadino statunitense, a tal punto da arruolarsi per servire il proprio paese nella devastante guerra del Vietnam.

Tutti e tre i personaggi alla fine, pur seguendo strade diverse, consacreranno, immolandosi, un unico ideale, ovvero, “tutti gli uomini devono essere liberi di avere pari opportunità e diritti”.

Concludendo, il film vale la pena di essere visto, anche se, riportando nuovamente la citazione con cui ho cominciato: “il film che ha incantato l’America”, vorrei dire che troppo spesso l’America si fa incantare anche quando, pur parlando di tematiche sociali di elevato spessore, non è strettamente necessario.