GRAVITY

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Hollywood, abbiamo un problema!

Ancora non capisco cosa la critica abbia potuto apprezzare di questo film, sono certo del fatto che Cuarón abbia cercato volutamente una quasi totale assenza di dialoghi e una  dilatazione pressocché estenuante del tempo, per trasmettere allo spettatore ancora maggiormente il senso di vuoto e di angoscia, ma a parte questo, lo trovo prolisso, sarebbe bastata una mezz’oretta per raccontare il tutto con dovizia di particolari, e com’era prevedibile, il finale non lascia spazio a nessuna sorpresa, d’altronde non che ci potessero essere molte alternative.

La cosa di maggior rilievo nel film è George, che simpaticamente svolazza con il suo jetpack, raccontando aneddoti da cowboy prossimo al pensionamento.

In conclusione credo di poter dire che lo spessore del film si attesti sullo stesso piano della gravità: ZERO, e che le sette statuette siano state date più per far da zavorra al modulo per il rientro in atmosfera che per il valore della pellicola.

AMERICAN HUSTLE

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Una divertente e appassionante escalation di situazioni surreali che giunge ad una conclusione degna delle migliori commedie criminali partorite negli USA.

Un plauso particolare va ai due protagonisti maschili. Irving, un truffatore di poco conto ma che dimostrerà avere parecchi assi nella manica, interpretato da un più che azzeccato Christian Bale, che a dispetto della sua non indifferente stazza, nonché della sua incipiente calvizie, risulta un personaggio dinamico, dotato di un sex appeal ai limiti del grottesco e Richie, interpretato da un anfetaminico Bradley Cooper, psicotico agente dell’FBI che colto da frequenti attacchi d’ira nel tentativo di fare carriera, viene coinvolto in situazioni assolutamente esilaranti. Personaggi straordinariamente congeniati per essere l’uno la spina nel fianco dell’altro, mediati da una più che degna interpretazione di Amy Adams nel ruolo della truffatrice che rende la collaborazione dei due possibile usando l’arma della seduzione.

Vorrei spendere anche due parole su “nonno” De Niro, interprete di un attempato gangster, tale Victor Tellegio, che nel film, pur essendo un personaggio di secondo piano, risulta essere il punto di non ritorno, il culmine che da il via alla fase risolutiva del film. Grande Bob, come sempre, anche se oramai troppo spesso relegato nel ruolo dell’italo americano di malaffare.

In conclusione, credo di poter dire che questo sia, nel suo genere, un ottimo film, attenzione non sto parlando di una pellicola dal finale esplosivo alla Slevin, ma di una commedia brillante, girata e interpretata in modo ineccepibile.

METAPOST

Da qualche tempo a questa parte ho cominciato a frequentare il Cinema Odeon, è stata una rivelazione, una regressione alla mia infanzia. Le scomode poltroncine di legno a ribalta che hanno ospitato generazioni di spettatori, mi hanno fatto ritornare alla mente un sacco di ricordi; quando, per esempio, ho fatto un’interminabile coda fuori dall’oramai dimenticato Cinema Corso, per poter assistere alla visione di Ritorno al futuro 2, o a tutti quei pomeriggi estivi passati in una piccola sala di Jesolo, a vedere i film che erano stati proiettati la stagione precedente, rigorosamente seduto in galleria, dove l’immancabile parapetto tagliava di traverso lo schermo.

Ve lo consiglio di cuore, abbandonate per una volta la magnificenza del cinema multisala e tuffatevi nei ricordi, ne varrà sicuramente la pena.

THE BUTLER

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Il film che ha incantato l’America” citazione non mia, ma del trailer di lancio che passava giorni prima della visione.

Cast

Il film può contare su di un cast ricco di stelle più o meno grandi e più o meno anziane del panorama americano, partendo dal cinema passando dalla tv e giungendo ahimè alla musica, dico ahimè perché può essere sconvolgente vedere una Mariah Carey non più cosi attraente e un Lenny Kravitz che oramai assomiglia a un piccolo frigobar.

Il Film

Non mi dilungherò eccessivamente in particolari perché credo sia giusto lasciare al pubblico la visione e il giudizio di questa pellicola. Il film tratta la spinosa tematica statunitense della lotta per la parità dei diritti tra bianchi e neri e lo fa con un taglio nuovo che non si era ancora visto nelle sale.

Il punto focale del tutto è la tricotomia che si dipana lungo le 2 ore e 13 minuti della durata del film, ovvero l’abnegazione di Cecil, il padre (Forest Whitaker), che attraverso il suo lavoro conduce una lotta silenziosa e non violenta che è atta, più o meno volutamente, a dimostrare che la professionalità non è una questione di razza e che quindi tutti gli uomini hanno pari opportunità di dimostrare le proprie capacità. La lotta sul campo di Louis, il figlio maggiore, (David Oyelowo), che fa parte di quella frangia che ha squarciato il velo dell’indifferenza e dell’odio, conducendo una campagna aperta contro i soprusi, cambiando così, radicalmente il volto dell’America. Il rispetto di Charlie, il figlio minore, (Elijah Kelley), che crede nella propria patria e nella propria identità di cittadino statunitense, a tal punto da arruolarsi per servire il proprio paese nella devastante guerra del Vietnam.

Tutti e tre i personaggi alla fine, pur seguendo strade diverse, consacreranno, immolandosi, un unico ideale, ovvero, “tutti gli uomini devono essere liberi di avere pari opportunità e diritti”.

Concludendo, il film vale la pena di essere visto, anche se, riportando nuovamente la citazione con cui ho cominciato: “il film che ha incantato l’America”, vorrei dire che troppo spesso l’America si fa incantare anche quando, pur parlando di tematiche sociali di elevato spessore, non è strettamente necessario.

Bravo Paolo

Apro questo mio blog sul cinema con un doveroso inchino al regista Sorrentino, che con il suo film “La grande bellezza” è riuscito a guadagnarsi meritatamente un riconoscimento mondiale nella patria delle titaniche produzioni multi milionarie, rompendo gli schemi e abbandonando i cliché che contraddistinguono abitualmente il cinema italiano, e le produzioni internazionali che normalmente assurgono alla conquista della sfavillante statuetta.
Bravo Paolo.